Dokumentarec "Prepletanja" Uredil je Študijski center Nediža Fotografia e montaggio: Paolo Comuzzi. Composizione sonora: Massimo Toniutti. Immagini super 8 e fotografie : Silvan Pittoli, Marco Predan Bučič | | Il Collio Goriziano è un mondo unico che non ha pari per bellezza e magnificenza. È un mondo meraviglioso che si erge a fortezza sul confine con le terre slovene e scende verso valle incontrando il Friuli. Il territorio collinare non è particolarmente esteso, infatti è percorribile in macchina in lungo e in largo in poche ore. Al di là delle dimensioni dell’area, questo mondo in collina offre innumerevoli spunti. Il Collio ci incanta con le sue colline, le valli, i pendii scoscesi, gli incantevoli paesi con la tipica chiesetta in cima al colle e, naturalmente, con i vigneti, i frutteti e negli ultimi tempi anche le distese di ulivi. Questa immagine si apre dinanzi ai nostri occhi nella parte sud-occidentale del Collio, mentre il lato a nord-orientale appare meno coltivato e popolato a causa della minore esposizione al sole, ma offre una vista meravigliosa sui boschi lussureggianti che ricoprono i pendii e le scure forre, mentre il fiume Judrio separa il Collio da un mondo ancora più misterioso, chiamato Benecia. Il Collio, quindi, offre tutte le bellezze naturali su cui l’occhio si posa e riposa. L’uomo del Collio ha lavorato con passione e amore per secoli questo mondo scosceso e ha fatto in modo che la terra gli offrisse tutte le condizioni necessarie per vivere e che gli restituisse la fatica spesa con i suoi frutti. La configurazione del terreno rendeva il lavoro in passato molto difficile e pesante e non consentiva l’utilizzo di strumenti agricoli. Per questo motivo si sono affermate quelle culture che sono ideali per i pendii scoscesi e i declivi rivolti verso il sole. In primo luogo si tratta della viticoltura, seguita a ruota dalla frutticoltura e dall’olivicoltura (questa pianta veniva coltivata fino al 1929, anno per lei fatale a causa di un inverno particolarmente rigido. L’ulivo è ricomparso nel Collio nell’ultimo decennio). Gli avvenimenti storici hanno spesso colpito duramente la zona. Nel passare dei secoli il Collio è stato spesso invaso da vari conquistatori. Alcuni hanno lasciato tracce, altri solamente distruzione e devastazione. Il colpo più distruttivo per il Collio è rappresentato probabilmente dalla prima guerra mondiale. Tutta la zona fu soggetta a operazioni di guerra. Alcune aree del Collio (San Floriano del Collio e Oslavia) sono entrate nella storia proprio a causa delle lotte violente, sanguinarie e distruttive. I proiettili dei cannoni hanno distrutto gran parte dei paesi del Collio, i filari delle viti sono stati spazzati via, così come le vigne e i frutteti. La terra fu avvelenata dalla polvere da sparo e dai gas letali, tutti gli abitanti dovettero emigrare. In poche parole, i due eserciti nemici trasformarono il Collio in un poligono di tiro in cui non c’era più posto per gli abitanti che amavano questa terra, la lavoravano e vivevano dei suoi frutti. Gli abitanti furono rimpiazzati dai soldati che hanno un immaginario del tutto diverso dalla popolazione civile, furono costretti ad abbandonare le loro fattorie, le loro case e le loro attività per lasciarli alla mercè della furia distruttiva della guerra. Dopo aver fatto ritorno a casa, l’uomo diligente del Collio si rimboccò le maniche e cominciò a mitigare le conseguenze causate dalla guerra. In pochi anni il Collio rifiorì, sorse a nuova vita esprimendo la ferma volontà della popolazione locale di ripristinare quanto prima le condizioni per poter lavorare e per uno sviluppo culturale e sociale. Tutto ciò succedeva in un ambiente per nulla promettente che con l’avvento e la progressiva affermazione del regime fascista e di tutto ciò che ne conseguì, assumeva contorni sempre più cupi. Le pressioni esercitate sulla popolazione slovena divennero di anno in anno più forti, ma gli abitanti del Collio si opposero ai metodi di denazionalizzazione del regime con integrità e consapevolezza e non cedettero. Fu il fascismo a capitolare per primo. Anche durante il secondo conflitto mondiale il Collio non fu un’oasi di pace. La crudeltà della guerra e le incursioni delle forze di occupazione procurarono danni immensi a quella che fu una splendida terra collinare, ma il movimento partigiano che qui godeva del pieno sostegno da parte della popolazione fu determinante per sconfiggere e scacciare definitivamente il nemico. Arrivò il dopoguerra che portò nuovi giochi e trame politiche. Altri decidevano del destino delle terre del Goriziano. Vane furono le proteste della popolazione, vane furono le petizioni. Le grandi forze decisero che il Goriziano e la sua popolazione andavano divisi in due parti. Anche il Collio non sfuggì a questo destino crudele. La maggior parte del territorio fu destinato all’allora Jugoslavia, una parte minore all’Italia. Furono divise famiglie, paesi, campi agricoli, vigne e frutteti. Questa terra che per secoli visse e si sviluppò come una sola unità, fu costretta da un giorno all’altro a trovare vie di sviluppo del tutto diverse, in quanto il confine fu sigillato ermeticamente e per qualche anno furono impossibili i contatti anche fra parenti stretti. Per fortuna con il passare degli anni le tensioni politiche si allentarono, i rapporti fra i due Stati migliorarono, il che influì positivamente sul nuovo ravvicinamento delle due parti divise. Fu introdotto il lasciapassare, i contatti a livello culturale, sociale, sportivo-ricreativo andarono via via rinforzandosi, come anche alcune attività economiche cominciarono a vedere il futuro all’insegna della progettazione congiunta e della collaborazione. Ora il confine sta svanendo. Il confine amministrativo è già caduto, ma il tempo, nuovi orizzonti e nuove sfide cancelleranno anche il confine che si è formato negli anni Sessanta nelle menti delle persone, nelle menti di coloro che vollero erigere il confine e su esso costruire i propri programmi politici e dei più giovani che ricevettero questa crudele divisione in eredità. Questo muro sarà più difficile da abbattere perché è invisibile e radicato profondamente nelle coscienze delle persone. Ma il tempo farà il suo corso e l'Isontino diventerà di nuovo la patria di tre popoli, di tre tradizioni culturali e su queste basi assumerà nuovamente un ruolo di spicco nello spazio mitteleuropeo. Se andiamo oggi nel Collio, il nostro sguardo si poserà direttamente sui vigneti curati e sui frutteti, sui paesi e gli abitati ordinati. Capiremo che indipendentemente dal fatto se ci troviamo in Italia o in Slovenia, la crescita economica ha avuto uno sviluppo esponenziale su tutto il territorio. Anche in questo si riflette l’unità di quest’area che fu a torto divisa in due, contro la volontà della popolazione e che se qualche decennio fa si trovava in ritardo con lo sviluppo, non fu certo colpa degli abitanti del Collio. Come si è già detto, le condizioni naturali nel Collio sono estremamente favorevoli per la coltivazione della vite, per questo motivo quest’area è diventata sinonimo di vino pregiato ed è diventata famosa in qualità di zona vitivinicola affermata, rinomata da tempo in tutto il mondo. Questo territorio ospita l'incontro fra mondo mediterraneo e continentale che con i loro due climi offrono le condizioni ottimali per la coltivazione della vite e degli alberi da frutta. In base ad alcune fonti scopriamo che i nostri antenati coltivavano la vite già ai tempi degli antichi Romani. Mediante l’incrocio di diverse specie e l’introduzione di varietà nuove, nel corso dei secoli le specie autoctone furono affiancate da varietà prima sconosciute. Queste ultime hanno trovato nel Collio il clima ideale, si sono acclimatate e hanno sviluppato le loro radici in questo angolino dell’Europa centrale. La parte in ombra del Collio, invece, è famosa per i suoi boschi e per il castagno, una delle fonti principali di guadagno per gli abitanti del luogo. Fino a qualche decennio fa la frutticoltura del Collio era a pari merito con la viticoltura. Negli ultimi tempi però il numero di alberi da frutto, che in primavera imbiancavano le colline del Collio con i loro fiori, è in costante calo e in certi casi gli alberi vengono conservati solo per uso domestico. Ci riferiamo in particolar modo alle ottime ciliegie che fino a poco tempo fa riempivano i banchi dei mercati della zona e all’estero. Il lavoro con la frutta necessita di molte mani diligenti che a causa del calo demografico sono semplicemente sparite. La manodopera è stata sostituita dalle macchine, diventate oramai un aiuto necessario nella coltivazione delle viti. Con l’aiuto dei macchinari un solo agricoltore può sbrigare in un giorno più lavoro di quanto potessero fare dieci instancabili contadini qualche decennio fa. La tecnologia ha quindi modificato il lavoro. Ha cambiato anche i contadini. Ma non ha intaccato il rapporto del contadino con il suo frutteto, le sue viti o i suoi filari. Questo legame si conserva intatto e permeato da un amore così forte che neanche il trattore migliore o la cantina più automatizzata può dissolvere. I macchinari e una visione diversa della vita hanno fatto sì che anche nel Collio sia sparito un ramo dell’economia rurale estremamente importante fino a poco fa: l’allevamento degli animali. Qui, ma anche in altre zone agricole, il numero di capi di bestiame, per la maggior parte vacche e buoi, significava un livello minore o maggiore di successo sulla piramide della vita in paese. Le vacche fornivano il latte e, proprio come i buoi, erano necessarie per il lavoro nelle campagne o nelle vigne. Questo segmento è oggi scomparso, non è rimasto nemmeno un esemplare. Questo periodo rimane nella memoria grazie a rari attrezzi che si sono conservati fra le cianfrusaglie in un angolo di qualche azienda agricola. Molti oggetti sono stati gettati via dai contadini durante l’ammodernamento delle loro attività, qualche attrezzo e altri oggetti hanno invece trovato posto nelle collezioni etnologiche o nei musei. Per fortuna ci sono persone che con grandi sacrifici hanno evitato che parte della nostra storia finisse nell’oblio. Questi resti sono quindi l’unica dimostrazione che testimonia la nostra tradizione sociale, culturale ed etnica. Oltre alla ricchezza della terminologia, indubbiamente slovena, questa eredità riflette anche l’intelligenza e l’ingegnosità dei nostri uomini dotati di una spiccata vena inventiva, in quanto si sono dovuti costruire la maggior parte degli attrezzi agricoli, degli utensili e degli oggetti di uso quotidiano da soli, o al massimo con l’aiuto di qualche artigiano locale. Oggi, ai tempi della meccanizzazione, non si avverte più il bisogno di creare attrezzi e macchinari nelle officine di casa, per agevolare il lavoro nei campi o nelle faccende di casa. Infatti, basta recarsi in negozio, dove troviamo di tutto, naturalmente a caro prezzo. Il lavoro ci è stato sicuramente facilitato, ma abbiamo perso quasi completamente le conoscenze e la capacità di crearci e organizzarci le nostre condizioni di vita, secondo la nostra personale regia. Le abitudini e l’approccio al lavoro si sono così trasformati negli ultimi decenni che le generazioni più giovani non conoscono nemmeno i nomi degli attrezzi che hanno resistito al passare del tempo e si sono conservati per caso negli angoli nascosti di qualche fattoria. La conservazione di questa ricchezza di nomi, appellativi, origini e modi di utilizzo dipenderà indubbiamente anche dalle collezioni e dalle mostre permanenti, come l’esposizione degli attrezzi da lavoro nella casa di cultura a Bucuie a San Floriano e in altre località del Collio. Se ci limitiamo all’esposizione di San Floriano del Collio e al museo della cultura agricola Brincelj non possiamo dimenticarci di ringraziare i più meritevoli che si sono prodigati nella ricerca e nella raccolta degli oggetti, affinché la mostra acquisisse dimensioni degne di nota. Gli ideatori e le due anime di questa iniziativa lodevole sono indubbiamente Silvan Pittoli di San Floriano e Zdenko Vogrič di Gorizia. Il primo è uno dei membri più zelanti dell’associazione di San Floriano ed è anche Presidente dell’associazione Fotoclub Skupina75, il secondo è invece attivo in campo culturale e membro del consiglio del ZSKD (Unione dei Circoli Culturali Sloveni) e trascrive e conserva diligentemente le usanze e le tradizioni del Goriziano. Di grande aiuto è stato anche l’ormai defunto Roman Juretič, come anche gli altri soci dell’associazione culturale Briški grič. Dai diversi articoli pubblicati nei giornali e nelle riviste specializzate scopriamo che la raccolta del materiale per il museo del Collio ebbe inizio verso la metà del 1979. Marko Waltritsch, l’allora segretario dell’Unione dei circoli culturali sloveni, nonché giornalista, operatore culturale e politico, ebbe l’idea di costituire un piccolo museo etnografico a San Floriano con una collezione permanente di oggetti e documenti sulla viticoltura nel Collio e più in generale sulla cultura agricola e popolare di questa zona del Goriziano. Difficoltà di vario genere, ma innanzitutto la mancanza di spazi espositivi appropriati, hanno prolungato i tempi di organizzazione della raccolta fino a dicembre del 2007, quando finalmente i sogni dei promotori divennero realtà. Gli oggetti sono ora esposti per tutti coloro che sono interessati alla cultura agricola. Gli oggetti esposti forse non hanno un grande valore artistico ma sono inestimabili dal punto di vista della testimonianza e della documentazione del passato. Sono diventati una sorta di racconto della vita, del lavoro e della crescita culturale dei nostri avi e meritano quindi la nostra attenzione e il nostro rispetto. Le generazioni più giovani probabilmente non sanno cosa sia il “Brincelj”. Visitando il museo a Bucuie anche i giovani vedranno l’attrezzo che porta questo nome, ma conosceranno anche altri nomi come ‘balancin’, ‘polentar’, ‘perivenca’, ‘brenca’ e i nomi di qualche centinaio di altri oggetti che sono diventati parte del retaggio culturale e storico del Collio. Vili Prinčič 18.12.07 |